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boraz.

Quique vos bobus veneratur albis
Clarus Anchifae Venerisque fanguis,
Imperet bellanté prior, iacentem

Lenis in hostem.
Iam mari terraque manus potentes
Medus Albanasque timet secures :
Iam Scythae responsa petunt, saperbi

Nuper et Indi
Iam fides, et pax, et honor, pudorque
Priscus, et neglecta redire virtus
Audet: apparetque beata pleno

Copia cornu,
Augur et fulgente decorus arcu
Phoebus, acceptusque nouem Camoenis
Qui lalutari leuat arte fessos

Corporis artus,
Si Palatinas videt aequus arces,
Remque Romanam, Latiumque felix
Alterum in lustrum, meliusque femper

Proroget aetum.
Quaeque Auentinum, Algidumque,
Quindecim Diana preces virorum
Curet, et votis puerorum amicas

Applicet aures.
Haec Touem fentire, deosque cunctos,
Spemque bonam certamque domum reporto,
Doctus et Phoebi chorus et Dianae

Dicere laudes.

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Bernardo Taffo.

Bernardo

Talio.

S. B. II. S. 73. --- In den Werken der berühmteften Dichter Italiens findet man eine Menge geistlicher Oden, unter den Rubriken: Inni, Psalmi, Laudi unð Canzoni. Sie find zum Theil an die Gottheit unmittelbar, zum Theil an Heilige und Märtyrer gerichtet. Die meisten aber sind nur stellenweise von poetischem Verdienst und Schtem lyrischen Schwunge; ftellenweise hingegen matt, gespielt, und mit ganz fremdartigen Verzierungen aufgeftußt. Diese INångel find selbst von bessern italiänischen unstrichtern nicht uns bemerkt geblieben; man lese f. B. das darüber nach, was Miuratori in seinem Werke Della Perfetta Poesia Italiana, T. II. p. 73. f. davon sagt. Unter des dltern Tafio Ges dichten ftehen dreißig Salmi, die fast alle Nachahmungen der Davidischen Pralmen find, und von denen ich hier zwei der besten mittheile, die aber freilich jener Sadel gleichfalls trifft. So kann es 7. H. nicht anders als unerwartet und anftdfig seyn, mitten in diesen Ergießungen der Andacht des Vieptuns und phóbus eripähnt zu finden.

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I.

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Perchè, fommo motore.

In me dell'ira tua gli strali avventi
Si acuti e si pungenti?
Se punir vuoi il mio errore,

Mancarà sotto a si gran pena il core.
Che cotanti non vanno

Augei per l'aria, ne Nettuno asconde
Tanti pesci nell' onde;
Quant' io ho d'anno in anno

Fatte a to offese, ad altri oltraggio danno,
Come padre amoroso,

Che fi mostra al figliuol crudele ed impio
Per torlo a maggior scempio,
Me punisci, e pietoso
Dammi in tante fatiche omai riposo,

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Bernardo

Tasso.

Vedi, che, quanto il fole

Risplende qui, quanto la notte adombra
La terra d'umid'ombra,
Il cor fi lagna duole

Con pianto con fofpiri e con parolę;
Si che languidi omai
Sono quest

' occhi e per la pena infermi:
E, se non so dolermi
Quant' io t'offefi, fai

Che tua pietà 'l mio error vince d'allai.
Volgi le luci pie,

A cui be' raggi così spiegan l'ali
Queste noie mortali.
Come al lume del die

Suole fosca ombra, alle miserie mie;
Che sotto al duro e grave

Fascio de' dolor miei, l'alma mesching
Gli afflitti omeri in china,
E di cader fi pave,

Se tua bontà di lei pietà non ave.
Sgravala, signor mio,
Si che fra tante noie un di respiri
Fra fi fieri martiri;
E non porre in obblio
Che 'l soccorrer i rei proprio è di Dio.

II.

Come vago i augеlletto

Che i suoi dogliosi lai
Fra i rami d'arbufcel tenero e schietto
Chiuso di Febo, a i rai

Sfoga piangendo, e non l'arresta mai:
Cofi la notte e'l giorno

Milero piango anch'io
Le gravi colpe, ond'è 'l cor cinto intorno,
E con affetto pio
Chieggio perdono a te, fignore e Dio,
Ma tu, lasso, non lenti

Il suon di mercè indegno
De' dolorofi miei duri lamenti:

Sa

!

Se forse hai preso a sdegno
Bernardo
Tasso.

Che da te fpeflo fuggo, a te rivegno.
Che pofl'io fe l'audace

Senso tanto possente
M'ha posto all collo un giogo aspro e tenace:
Oime, ehe non consente

Che stabil nel tuo amor sia la mia mente!
Ne ripugnare al senso

Val la tragil natura,
Fatto si forte e di valor fi immenso
Se non pigli la cura

Tu, padre pio, di questa tua fattura.
Semplice e pura agnella,

Se talor per errore
Vagar intorno per la selva bella
Lascia fola il paftore,

Ella è rapita, ed ei danno ha e dolore.
Deh non lasciar in preda

Quest' alma poco accorta
Al suo nimico, fi ch' errar la veda
Sola e lenza tua scorta;

Onde ne resti lacerata e morta.,
L'hai tu, padre benigno,

Con le tue man creata,
Per in preda lasciare a quel maligno
Serpe? una cola amata

Una fattura tua fi cara e grata ?
Vincati delle mie

Miserie omai pietate,
E di man tommi a queste crude arpie
Cure del mondo ingrate,
Sicche non moja in tanta indignitate.

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5 h i a b r e r å.

Chiabrera.

Giabrello Chiabrera, geb. zu Savona, 1552, geft. 1638, ist einer der berühmtesten lyrischen Dichter der Jta. liåner, in der höhern sowohl, als in der leichtern Sattung. Der erste Band seiner Gedichte enthält unter andern drei und sechzig Canzoni Sacre, meistens an die Mutter Gottes und andre Heilige gerichtet. Folgende Hymne an den heil. Stephanus scheint mir darunter eine der besten zu seyn.

PER S. STEFANO.

Se degli avi il tesor, che siccome ombra
Se ne sparì veloce,
Or con felici esempi
La mano empiesse a' fervidi nipoti;
Io sul monte, che a l'ombra
Di Vai l'antica foce,
Certo ch' ergerei Tempi
A te, lacrato Stefano, devoti;
E da' remoti monti, ove natura
Più vaghi marmi indura,
Tarrei colonne, e mille fregi illustri,

E dotti ferri dalle scuole industri.
Quanti per lo Tirren forti nocchieri,

O che vaghi d'onore,
O che di merce avari,
Arando van gli occidental confini;
Quanti da' regni Iberi
Piegan l'umide prore
Negl' Italici mari,
Da lunge i tetti-mirerian divini!
El quivi inchini al tuo favor celeste
Per le oscure tempeste
Pregheriano a' lor corfi aure ferene
Sacrando voti in fulle patrie arene.

Ed

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