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Petrarca.

Quante volte diss'io
Allor pien di spavento,
Costei per fermo nacque in paradiso!
Così carco d'obblio
Il divin portamento,
El volto, e le parole, e'l dolce risa
M'aveano, e sì diviso
Dall'immagine vera;
Ch' i dicea fospirando,
Qui come venn'io, o quando?
Credendo effer in ciel, non là, dov'era.
Da indi in qua mi piace

Quesť erba sì, ch' altrove non ho pace.
Se tu avessi ornamenti, quant' hai voglia,

Potresti arditamente
Uscir del bosco, e gir infra la gente, ,

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CANZONE IT.

Petrarca.

O aspettata in ciel beata e bella

Anima che di nostra umanitade
Vestita vai, non, come l'altre, carca;
Perche ti fian men dure omai le strade,
A Dio diletta obbediente ancella
Onde al suo regno di quaggiu si varca:
Ecco novellamente alla tua barca,
Ch'al cieco mondo ha gia volte le spalle'
Per gir a miglior porto,
D'un vento occidental dolce conforto,
Lo qual per mezzo queita oscura valle,
Ove piangiamo il nostro e l'altrui torto,
La condurrà de' lacci antichi sciolta
Per drittissimo calle

Al verace oriente, ov' ella è volta,
Forsi i devoti e gli amorosi preghi

E le lagrime fante de mortali
Son giunte innanzi alla pietà superna;
E forse non fur mai tante ne tali
Che per merito lor punto fi pieghi
Fuor di suo corso la giustizia eterna;
Ma quel benigno re, che'l ciel governa,
Al facro loco, ove fu posto in croce,
Gli occhi per grazia gira;
Onde nel petto al nuovo Carlo i spira
La vendetta, che a noi tardata noce,
Sicche molt' anni Europa ne fofpira
Cofi soccorre alla sua amata sposa;
Tal che sol della voce

Fa tremar Babilonia, e star pensofa.
Chiunque alberga tra Garonna-e'l monte,

E tra 'l Rodano e'l Reno e l'onde false
Le insegne cristianissime accompagna;
Ed a cui mai di vero pregio calle
Dal Pireneo all'ultimo orizonte
: Con Aragon lassara vota Ispagna;

1

Petrarca.

A

Inghilterra con l'isole,, che bagna
L'oceano intra 'l Carro e le Colonne,
Infin là dove sona
Dottrina del santissimo Elicona,
Varie di lingue e d'arme e delle gonne,
Al' alta imprela caritate fprona.
Deh qual amor si licito o sì degno,
Qua' figli mai quai donne

Furon materia a sì giusto disdegno?
Una parte del mondo è, che fi giace,

Mi sempre in ghiaccio ed in gelate nevi
Tutta lontana dal cammin de fole:
Là sotto giorni nubilofi e brevi
Nemica naturalmente di pace
Nasce una gente, a cui 'l morir non dole.
Questa, se piu divota che non suole
Col Tedesco furor la fpuda cigne,
Turchi, Arabi e Caldei,
Con tutti quei che speran negli dei
Di qua dal mar che fa l'onde sanguigne,
Quanto fian da prezzar conoscer dei:
Popolo ignudo paventoso e lento,
Che ferro mai non strigne,

Ma tutti colpi suoi commette al vento.
Dunque ora è 'l tempo da ritrarre il collo

Dal giogo antico e da squarciare il velo,
Ch' è stato avvolto intorno agli occhi noftri,
E che'l nobile ingegno, che dal cielo
Per grazia tien dell immortale Apollo,
E l'eloquenza sua virtù qui mostri,
Or con la lingua or con laudati inchioftri;
Perché, d'Orfeo leggendo e d’Anfione,
Se non ti meravigli,
Assai men fia, ch' Italia co' suoi figli
Si desti al suon del tuo chiaro sermone;
Tanto che per Gesu la lancia pigli;
Che l’al ver mira questa antica madre,
In nulla sua tenzone

Fur mai cagion sì belle e sì leggiadre,
Tu c'hai per arrichir d'un bel tesauro,

Volte l'antiche e le moderne cartes

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Petrarca.

Volando al ciel con la terrena foma,
Sai dall'impero del figliuol di Marte
Al grande Augusto, che di verde lauro
Tre volte trionfando ornò la chioma
Nell' altrui ingiurie del suo sangue Roma
Spesse fiate quanto fu cortese:
Ed or perche non fia
Cortese no, ma conoscente e pia
A vendicar le dispietaté offefe
Col figliuol glorioso di Maria ?
Che dunque la nemica parte fpera
Nell' umane difese

Se Cristo sta dalla contraria schiera?
Pon i mente al temerario ardir di Serse,

Che fece per calcar i nostri liti,
Di novi ponti oltraggio alla marina;
E vedrai nella morte de mariti
Tutte vestite a brun le donne Perse
E tinto in rosso il mar di Salamina ;
E non pur questa misera ruina
Del popolo infelice d'oriente
Vittoria ten promette
Ma Maratona e le mortali strette
Che difese il Leon con poca gente;
Ed altre mille c'hai scoltate e lette;
Perche inchinar a Dio molto convene
Le ginocchia e la mente,
Che gli anni tuoi riserva a tanto bene.
Vedra' Italia e l'onorata riva,
Ganzon, ch' agli occhi miei eela e contende,
Non mar non poggio o fiume,
Ma solo amor, che del suo altero lume
Piu m'invaghisce, dove piu me'ncende;
Ne natura puo ftar contr’al costume.
Or movi, non smarrir l'altre compagne;
Che

fotto bende
Alberga amor, per cui fi ride e piagne,

non pur

fili.ca i a.

Sllicaja.

Ungemein viel eble Empfindung, Natur und Wohlflang charakterifirt die lyrischen Poelieen des Vincenzo da filicas ja, eines sehr schållbaren florentinischen Dichters, geb. 1642, geft. 1707. Der grdßte Cheil seiner Oden gehört in die beis den ersten Stlassen, der 'geistlichen und heroischen; ich habe indeß mit Fleiß es bis hieher verspart, eine Probe aus ihnt, mitzutheilen, um die folgende wählen zu können, in der so viel väterliche Wärme und gårtliche Besorgniß redet. In dieser Hinsicht wird man ihr leicht den oft etwas zu didakti: fchen Ton verzeihen können.

IL TESTAMENTO AI FIGLIUOLI,

CANZONE

I.

Figli, le di mia mente

Figli non siete, udir di Padre il nome
Sdegno, e dal dritto degli affetti esente
Rendo a Natura i doni suoi. Mà pria,
Ch'io 'l faccia, e imbianchi le attempate chiome
Stagion più fredda, e ria,
E pria, che in voi la giovenile ardente
Baldanza il fren ricuse,
In semplice parlar liberi sensi
Convien che a voi dispenfi.
E se fian disadorne, aspre, e confuse ii
Mie voci, amor mi scuse,
Amor, che nel pensiero a me ragiona,
E in rozzi accenti a favellar mi prona.

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